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Ucraina e armi italiane, parla il colonnello Nato Giorgio Stirpe

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Il colonnello della Nato e analista d’intelligence Orio Giorgio Stirpe: “Né il Presidente della Repubblica né quello del Consiglio possono ordinare autonomamente azioni dirette”

Khmylnytskyj – L’avvallo all’utilizzo da parte ucraina d’alcune armi occidentali in territorio russo sta producendo effetti determinanti in ambito difensivo. Come notavo ieri su queste pagine col magistrato Kessler, uno dei sistemi difensivi S-300 che i russi sono soliti usare allo scopo opposto – cioè per martellare quotidianamente la popolazione civile di Kharkiv – è stato messo fuori uso da un Himars americano, salvando così centinaia di quelle vite innocenti.

In netta controtendenza rispetto alla stragrande maggioranza della coalizione euroatlantica, Roma non ha posto il proprio imprimatur su tale decisione in quanto – a detta del suo governo – l’articolo 11 della Costituzione italiana vieterebbe l’utilizzo delle proprie armi a scopo offensivo. Posizione sottolineata con compiacimento da quei leader che non hanno mai nascosto le proprie simpatie per una Russia di Putin che non intendono colpire e che sembrano strumentalizzare persino il concetto di pace a scopi elettorali.

Incuriosito da ciò, ho chiesto un parere tecnico all’esperto italiano con cui più di tutti ho avuto modo di confrontarmi in questi due anni d’invasione russa su vasta scala dell’Ucraina, trovando sempre ampio riscontro sul campo alle sue lucide analisi. Il colonnello della Nato e analista d’intelligence Orio Giorgio Stirpe spiega che la Costituzione italiana consente l’impiego delle proprie armi in uno scenario di guerra in tre casi: qualora venga invocato l’articolo 5 della Nato (che prevede la difesa collettiva di Paesi che ne fanno parte), se è l’Onu ad aver validato operazioni offensive e in caso d’attacco al territorio nazionale italiano. Tenuto conto del fatto che in base al Trattato di Maastricht i cittadini e i territori europei sono equiparati a quelli italiani, il colonnello Stirpe specifica che un’aggressione all’Estonia equivarrebbe in tal senso a una contro l’Italia. «Le operazioni in Libia e in Afghanistan – per esempio – erano coperte dall’avvallo dell’Onu, mentre quelle nella Seconda guerra del Golfo no. Perciò in quel caso l’Italia non intervenne, sebbene Berlusconi fosse intenzionato a farlo» specifica Stirpe, ricordando un ulteriore aneddoto: «nel 1997 i marò italiani pattugliavano l’isoletta di Saseno, un luogo al largo di Valone (Albania) ritenuto strategico per chiudere l’Adriatico. Due giornalisti tedeschi finirono per trovarsi a chiedere asilo agl’italiani per non esser consegnati alle autorità albanesi che li reclamavano. Ci fu un breve contenzioso, ma in base al Trattato di Maastricht essi furono effettivamente accolti dagl’italiani come loro concittadini europei».

Sebbene la posizione italiana sia oggi controproducente perché sta isolando il Bel Paese in ambito occidentale, essa non può dunque essere mutata a meno d’una revisione costituzionale. «L’Italia non può neppure ordinare un’azione diretta contro un potenziale nemico, perché prima occorre l’avallo del suo Parlamento. Né il Presidente della Repubblica né quello del Consiglio possono ordinare autonomamente azioni dirette perché prima occorre l’avvallo del Parlamento, che impedisce di fatto azioni ‘segrete’. Ma il punto è che le armi inviate dall’Italia all’Ucraina non consentono neppure potenzialmente di colpirne il territorio nemico. Dunque, al di là dei proclami, il problema non si pone neppure».

Avendo trovato una notevole discrepanza tra quanto ho riscontrato sul campo e quanto invece ho letto recentemente su “The Washington Post” circa la qualità dell’addestramento dei soldati ucraini, ho chiesto come fosse possibile tale discrasia. Secondo il giornale americano, infatti, molti ucraini sarebbero stati inviati al fronte senza una buona preparazione, mentre invece so per certo che il periodo di training da loro svolto è molto esteso e l’eventuale invio al fronte viene preceduto da un lungo periodo trascorso nelle forze di difesa territoriale in città molto lontane delle prime linee. «Il problema degli ucraini sono gli ufficiali» osserva il colonnello Stirpe. «I loro soldati hanno ricevuto un addestramento molto importante, che in diversi casi ha incluso anche quello in standard Nato. Il problema è semmai l’incongruenza che si viene a verificare tra la formazione dei soldati e quella degli ufficiali, che richiede più tempo e risorse. Di ufficiali ce n’erano pochi fin dall’inizio. Dovevano essere formati e l’Ucraina non ha avuto il tempo di farlo perché è stata aggredita. Anche la Russia ha questo problema ma per ragioni opposte: mentre l’esercito ucraino doveva produrre ufficiali di complemento a getto continuo ma aveva solo ufficiali d’accademia, la Russia ha mandato in campo subito tutti i suoi comandanti in carriera, perdendone grandissima parte. Quei pochi soldati professionisti sopravvissuti ai primi mesi di guerra sono stati promossi e poi messi a comandare. Dunque, non sono veri comandanti formati in quanto tali ma soldati promossi. I russi non hanno comandanti di compagnia e di plotone addestrati in quanto tali: di conseguenza, ciò ha prodotto i bagni di sangue visti tra la fine del 2022 e l’inizio del 2023 in cui i russi spedivano nel tritacarne ucraino ondate di mobilitati».

Il colonnello Stirpe spiega che per le stesse ragioni alcuni training è effettivamente utile svolgerli in loco con l’impiego d’istruttori occidentali, mentre altri che richiedono l’impiego di materiali o mezzi speciali come la preparazione dei piloti degli F-16 conviene farli all’estero. «Non puoi mandare chi ha già un incarico suo, altrimenti lasci quelle posizioni scoperte e nessuno guida i già esigui aeromobili di cui l’Ucraina dispone. Devi dunque formare nuovi piloti, partendo praticamente da zero. Lo stesso problema c’è stato con l’addestramento all’utilizzo del munizionamento da 155 mm in standard Nato, laddove i soldati ucraini erano abituati a quello da 122 mm di tipo sovietico».

L’ufficiale della Nato conclude spiegando che per le ragioni su esposte i russi hanno ora difficoltà a condurre manovre coordinate coi mezzi corazzati, mentre potendo disporre di milioni di mine antiuomo sono riusciti a proteggere i territori che hanno conquistato: «I russi ne hanno messe così tante da non aver potuto neppure registrarne le posizioni. Per questo non faranno mai attività offensive nei territori che loro stessi hanno minato. Quella delle mine sarà una tragedia pazzesca e durerà almeno un secolo».

di Giorgio Provinciali

L’articolo Ucraina e armi italiane, parla il colonnello Nato Giorgio Stirpe proviene da La Ragione.

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