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Guerra Ucraina

Come cambia la guerra tra Russia e Ucraina dopo l’ok all’uso di armi americane e tedesche in casa di Putin

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Il fronte ucraino è in pericolo, e la Nato inizia a esserne sempre più consapevole. Già prima dell’ultimo incontro informale dei ministri degli Esteri a Praga, il segretario generale Jens Stoltenberg aveva spiegato che fosse necessario un cambio di passo, non solo aumentando il numero di armi all’Ucraina ma anche autorizzando quest’ultima a colpire su suolo russo. Un tema delicato su cui la Nato, l’Europa e gli Stati Uniti sanno che si può giocare molto. Ma nel tempo, dopo le perplessità di molti Stati membri, la strada sembra ormai tracciata. E mentre Emmanuel Macron studia una coalizione per inviare istruttori militari in Ucraina, il segnale sull’uso delle armi occidentali è arrivato da Washington, con il segretario di Stato Anthony Blinken che ieri ha detto parole chiare.

Semaforo verde americano

“Il segno distintivo del nostro impegno e sostegno all’Ucraina in questi oltre due anni è stato quello di adattarci e aggiustarci come necessario per soddisfare ciò che sta realmente accadendo sul campo di battaglia, per assicurarci che l’Ucraina abbia ciò di cui ha bisogno, quando deve farlo, deliberatamente ed efficacemente”, ha spiegato il capo della diplomazia Usa. E dopo aver confermato il semaforo verde di Joe Biden all’uso di armi statunitensi nell’area di Belgorod, al di là del confine ucraino, Blinken ha anche ricordato che tra gli obiettivi di Washington c’è anche l’adesione di Kiev alla Nato. Gli Stati Uniti hanno comunque limitato l’utilizzo delle proprie armi. Secondo i media d’Oltreoceano, la Casa Bianca ha voluto garanzie nette sul fatto che non saranno lanciati missili Atacms in Russia. E nei giorni passati, funzionari Usa hanno chiesto agli ucraini di non colpire le stazioni radar del sistema nucleare russo.

La guerra è a una svolta

Ma in ogni caso, il via libera Usa è un segnale nient’affatto secondario. E non è un caso che nelle stesse ore sia arrivato anche l’ok della Germania sull’impiego delle proprie armi su suolo russo. Per la guerra, e in particolare per il sostegno occidentale a Kiev, sembra dunque arrivato un notevole punto di svolta. Che se non è detto sia fondamentale sotto il piano bellico, di sicuro lo è a livello politico. Gli Stati europei ne sono consci. E il Cremlino ha fatto subito capire che questa novità potrebbe avere delle conseguenze serie. “Sappiamo che si sta già tentando di colpire il territorio russo con armi di fabbricazione americana. Questo ci basta e dimostra in modo più che eloquente il grado di coinvolgimento degli Stati Uniti in questo conflitto”, ha detto il portavoce Dmitry Peskov.

L’avanzata russa di maggio

E mentre ieri i media rilanciavano la notizia dell’incendio di una parte del palazzo di Vladimir Putin sui monti Altai – complesso in cui venne ospitato anche Silvio Berlusconi – il ministro della Difesa, Andrei Belousov, ha annunciato che solo a maggio le truppe russe hanno conquistato 28 centri abitati ucraini e che “il nemico si è ritirato di 8 o 9 chilometri in varie sezioni importanti della regione di Kharkiv“. Proprio a Kharkiv, le autorità ucraine hanno dato ieri la notizia della morte di altre sei persone per un attacco missilistico russo in una zona residenziale. E l’impressione è che Putin non voglia affatto frenare la propria avanzata, a maggior ragione per l’avvicinarsi del G7 in Italia e del summit per la pace in Ucraina in Svizzera. Un summit a cui la Cina ha già fatto sapere di non voler partecipare per l’assenza di Mosca.

Lo scambio di prigionieri

Un timido segnale di apertura tra Russia e Ucraina è arrivato ieri con il primo scambio di prigionieri dopo tre mesi: 75 ucraini (tra cui 19 soldati che avevano difeso l’isola dei Serpenti) e 75 russi. Il negoziato, come riportato dalle stesse parti, è stato mediato dagli Emirati Arabi Uniti. I canali di comunicazione restano dunque aperti, quantomeno per lo scambio dei prigionieri di guerra. Ma dal punto di vista militare, la situazione appare chiara. L’esercito russo continua ad ammassare truppe nella zona di Kharkiv, anche se Washington sostiene che il fronte a est e nordest “si sta stabilizzando”.

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Guerra Ucraina

Dentro i laboratori segreti di droni in Ucraina. La flotta da un milione di unità l’anno: “Non serve un prodotto perfetto, la velocità è fondamentale”

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Una delle industrie più importanti in Ucraina è, oramai, quella che realizza droni militari: il paese è passato da sei produttori di droni – prima dell’invasione russa – all’averne oltre 200, in grado di sfornare un milione di droni all’anno. Il corrispondente da Kiev del Financial Times, Christopher Miller, racconta di un laboratorio segreto – alla periferia di una cittadina dell’Ucraina orientale – in prima linea nella guerra contro la Russia, dove i soldati lavorano dalla mattina alla sera per realizzare “droni killer”.

Economici ma efficaci

La piccola fabbrica è dotata anche di una stampante 3D per realizzare i componenti necessari a trasformare la tecnologia – progettata per il divertimento o la fotografia aerea – in un’arma mortale: fondamentalmente i droni d’attacco FPV (first-person view: modelli radiocomandati che sono pilotati tramite schermi o visori con cui il pilota ha la stessa visuale che avrebbe ai comandi del modello stesso) sono estremamente economici ma efficaci, tanto da colmare alcune delle carenze di proiettili di artiglieria che hanno afflitto l’esercito di Kiev nell’ultimo anno. E mentre i programmi di realizzazione delle armi tradizionali impiegano decenni per svilupparsi – fondandosi su consistenti budget governativi e su grandi strutture di ricerca e collaudo – i droni hanno costi relativamente bassi, sono letali e rapidi da realizzare. Questo confronto impari ha contribuito a livellare il campo tra i player più piccoli e i giganti ormai affermati del settore.

La velocità di produzione è fondamentale

L’esperienza dell’invasione ucraina e della guerra dimostrano che il time to market – il periodo di tempo che intercorre tra l’ideazione di un prodotto e la sua effettiva commercializzazione – e uno sviluppo delle tecnologie più agile “sono importanti”, spiega al FT Micael Johansson, amministratore delegato del campione svedese della difesa, Saab. “Invece di sviluppare un prodotto perfetto che potrebbe richiedere molti anni, è importante costruire prodotti rapidi che possano essere testati, modificati e testati di nuovo. La velocità è fondamentale“. Ma non è solo l’industria a dover cambiare. Anche i dipartimenti governativi della Difesa dovranno trasformare il modo in cui acquistano le armi per stare al passo con cicli di sviluppo delle armi molto più rapidi e sempre più definiti dal software e da sistemi automatizzati, guidati dall’Intelligenza Artificiale. E per cominciare i funzionari della Difesa dovranno guardare al di fuori del loro solito gruppo di fornitori per coinvolgere aziende più piccole, molte delle quali provengono da un background tecnologico. E, a quanto pare, già sta accadendo.
“Se l’Ucraina ci ha insegnato qualcosa, è che dobbiamo andare più veloci”, ha detto quest’anno il generale Sir James Hockenhull, capo dello Strategic Command britannico a un pubblico londinese di funzionari militari e dirigenti industriali. Per i governi il risultato finale potrebbe rappresentare una vera rivoluzione nell’ambito della Difesa e negli affari militari. Ne è passata di acqua sotto i ponti dai vecchi droni “da ricognizione” che furono impiegati per la prima volta dagli Stati Uniti, su larga scala, durante la guerra del Vietnam: solo dopo altri paesi iniziarono a investire in modo più massiccio nella tecnologia aerea senza pilota. Ma fu l’avvento di droni economici, spesso di fabbricazione cinese, combinati con software rapidamente adattabili e sempre più basati sull’Intelligenza Artificiale, a mostrare come gli UAV – Unmanned Aircraft System, Aeromobile a pilotaggio remoto – potessero cambiare le caratteristiche della guerra.
Proprio come i droni hanno cambiato radicalmente il campo di battaglia, la loro crescente onnipresenza sta stravolgendo anche l’industria della Difesa, che vede emergere nuovi attori come sfidanti di giganti ormai affermati: Lockheed Martin, Raytheon e BAE Systems che dominano il settore da decenni.

L’ombra dell’IA

Tra le giovani start-up tecnologiche che hanno già fatto breccia nel settore ci sono il gruppo statunitense di analisi dei dati Palantir Technologies (con una capitalizzazione di mercato di 58 miliardi di dollari), la statunitense Rebellion Defense e l’europea Helsing (specialista in Difesa tramite l’Intelligenza Artificiale, impegnata in un altro round di raccolta fondi che potrebbe arrivare a una valutazione di 4,5 miliardi di dollari). C’è poi Anduril Industries, fondata dall’imprenditore californiano Palmer Luckey, uno dei maggiori beneficiari della crescente domanda di nuove tecnologie da parte delle forze armate: centinaia dei suoi droni d’attacco Altius-600M sono stati acquistati dal Pentagono e inviati sul fronte ucraino.
Gli operatori tradizionali, scossi dalla crescente concorrenza e fin troppo consapevoli delle sfide industriali, stanno rispondendo spesso alleandosi con i nuovi arrivati o rilevando i loro rivali più piccoli: un mix di collaborazione e competizione, dunque. “La Difesa consisterà sempre in un gioco di bilanciamento tra hardware e software”, dice Gundbert Scherf di Helsing. E se è vero che continuerà a “dipendere dal rifornimento di apparecchiature elettroniche, in futuro sarà definita sempre di più dall’IA”.

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